Gaza, la coscienza e la cura: la non violenza come unica via

Sono passati due anni dal 7 ottobre 2023, la data che segna simbolicamente il risveglio, se non mondiale, almeno della mia coscienza. Poco prima di quel giorno, avevo ingaggiato una giovane grafica di Gaza per realizzare il nuovo logo del mio studio medico. Dopo qualche settimana, mi scrisse: “Scusami, non riesco a fartelo.” Si scusava con me, ma io oggi vorrei chiedere scusa a lei. E non so nemmeno se sia viva o morta.

Due anni sono trascorsi, ma la Palestina soffre da più di settantacinque. Un popolo oppresso, colonizzato, massacrato sotto gli occhi del mondo. E oggi, proprio mentre i crimini peggiori si compiono in tempo reale, assistiamo a un risveglio delle coscienze e delle piazze: milioni di persone hanno manifestato nel mondo per fermare il genocidio in atto a Gaza.

Solo in Italia, si stima che in questa settimana oltre 2 milioni di persone abbiano preso parte a manifestazioni, cortei e presìdi per la Palestina. Un’ondata di mobilitazione senza precedenti recenti, che ha attraversato il Paese da nord a sud, restituendo voce e visibilità a chi rifiuta di essere complice del massacro. A Londra, in sole due manifestazioni, si sono contati oltre un milione di partecipanti (fonte: Stop the War Coalition). A Washington, la protesta ha raccolto 700.000 persone (fonte: Al Jazeera). In Indonesia, centinaia di migliaia. In decine di capitali del mondo – da Montreal a Johannesburg, da Rabat a Dublino – le piazze si sono riempite. Non è più solo una voce: è un’onda umana. Un grido che dice: “Non nel mio nome.”

La guerra comincia da qui

Non siamo sul campo di battaglia, eppure è da qui che la guerra comincia: dalle nostre industrie, dai nostri governi, dai nostri alleati – o dovrei dire colonizzatori? – dai soldi che paghiamo in tasse, dalle ore del nostro sudato lavoro. Tutto questo viene trasformato in produzione, acquisto e vendita di armi, per uccidere innocenti e spazzarli via dalla faccia della terra. In questi due anni di coscienza risvegliata, non ho potuto ignorare il dolore di altri popoli, altre guerre, altre carneficine sommerse.

In Yemen, la guerra ha causato oltre 377.000 morti secondo l’ONU, di cui almeno 150.000 civili uccisi direttamente; ma il vero massacro è silenzioso: oltre 17 milioni di persone vivono oggi in grave insicurezza alimentare, e più di 130.000 sono morte di fame e malattie. In Ucraina, la guerra ha causato almeno 13.000 morti civili (ONU) e oltre 72.500 soldati ucraini caduti (Kyiv Independent). Le perdite russe stimate da Mediazona/BBC superano quasi un milione tra morti e feriti gravi. È il conflitto più sanguinoso in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale.

Eppure, nessuno di questi conflitti ha avuto la rapidità e la letalità del massacro di Gaza: oltre 80.000 civili palestinesi uccisi in meno di due anni, secondo fonti mediche locali e stime ONU, tra cui più di 20.000 bambini.

Perché proprio Gaza ci colpisce così profondamente?

Se in Siria e nello Yemen il massacro di centinaia di migliaia di civili si è consumato lentamente, nell’arco di dieci anni di conflitto, a Gaza, in meno di due anni sono state uccise oltre 80.000 persone, rendendo questa guerra la più rapida e letale per la popolazione civile dell’ultimo decennio. nonostante la scandalosa censura dei media, abbiamo visto tutto, ogni volto umano cancellato dalle bombe. Abbiamo visto mani insanguinate scavare tra le macerie in cerca dei propri cari, ospedali sventrati, bambini – troppi bambini – morire in diretta, senza poter distogliere lo sguardo.

Che differenza c’è tra i nostri bambini e i bambini di Gaza?

La campagna di mostrificazione e deumanizzazione dei palestinesi non ha funzionato. Abbiamo visto con i nostri occhi i padri abbracciare i corpi dei figli, alzarli al cielo e dire:

“Alhamdulillah” – Grazie a Dio –

Come a sussurrare: “Figlio mio, figlia mia, l’inferno per te è finito. Dio è il più Misericordioso.”

E tutto questo accade per mano nostra. Questo nostro agire osceno, portato avanti da Stati Uniti ed alleati che dal 2001 – e ben prima – radono al suolo paesi, estirpano vite e interi popoli, è talmente immorale, vile e senza scrupoli da non poter nemmeno essere chiamato “guerra”. Nel caso di Gaza è una chiara pulizia etnica, un genocidio nel contesto di un evidente progetto coloniale. Negli altri casi, pur diversi, è comunque altrettanto ignobile.

Terzani, la Flotilla e il senso ritrovato

Se Tiziano Terzani potesse scrivere oggi un nuovo capitolo delle sue Lettere contro la guerra, forse dedicherebbe un encomio alla Global Sumud Flotilla: un gesto di resistenza senza armi, capace di solcare il mare con la forza mite del coraggio e della dignità. In mezzo al silenzio e alla tragedia, questa flotta civile non violenta — composta da decine di imbarcazioni e centinaia di attivisti provenienti da oltre 40 paesi — ha l’obiettivo di rompere il blocco navale su Gaza e portare aiuti umanitari con rispetto, accoglienza e determinazione.

Anche se è stata intercettata dalle forze navali israeliane, il suo gesto rimane potente e simbolico: sfidare la brutalità senza replicarla. È una forma di resistenza attiva e pacifica che dimostra come la forza morale possa attraversare i confini del mare e della disperazione, restituendo dignità dove regna l’oppressione.

Cosa possiamo fare noi: dal boicottaggio alla medicina non-violenta

E così, da un vecchio libro riaperto e da una flotta nuova che solca il mare, ho ritrovato la rotta anche per me. In un tempo in cui tutto sembra frantumarsi, queste esperienze mi hanno ricordato che non esiste azione piccola quando è mossa da una volontà limpida. Che la pace non si invoca soltanto: si costruisce, ogni giorno, con scelte concrete, a partire dal proprio mestiere, dalle proprie parole, dai propri gesti. Perché la vera rivoluzione, oggi più che mai, è scegliere di non ferire.

La non violenza non è rimanere inerti. È smettere di alimentare la catena di azioni che genera morte e sofferenza. È scegliere di non insultare, di non schierarsi con etichette odiose (no‑vax vs covidioti, fascisti vs antifascisti), ma di costruire ponti. Risolvere i conflitti con ascolto, educare i figli con rispetto, boicottare aziende complici, usare app come No Thanks per evitare di finanziare chi produce armi.

Cambiare le priorità

La non violenza è anche pretendere che venga finanziato davvero ciò che conta: l’educazione, la scuola, una medicina sana e accessibile, la mobilità sostenibile, l’energia rinnovabile. È scegliere un’alimentazione semplice, sana e sostenibile, capace di rispettare i cicli della natura.
Ma la non violenza non riguarda solo le scelte collettive: comincia dal modo in cui trattiamo noi stessi, dal rispetto per il nostro corpo e per la nostra salute.
Non possiamo costruire un mondo non violento se continuiamo a usare violenza contro noi stessi, anche nella malattia e nella cura.

La medicina come scelta non violenta

Per me non-violenza significa anche scegliere di non violentare il nostro corpo con terapie aggressive e dannose, che troppo spesso ci fanno perdere il lume della ragione. Curarsi con un metodo non violento, non solo risana il corpo, ma ricompone noi stessi e ci aiuta a trovare il coraggio di cambiare davvero per tornare a ciò per cui siamo nati: esseri umani capaci di creare ciò che è utile e sano per la società.
Dal mio canto, continuo su questa strada: la mia amata medicina omeopatica. Non a caso Gandhi la definiva “l’ultima e raffinata forma di cura, economica e non violenta”, perché si fonda sul rispetto profondo della persona e della vita in ogni sua forma.
Scegliete la strada della Non-violenza in ogni cosa che fate. Perché se cominciamo noi, goccia dopo goccia, con dolcezza, riusciremo a fendere la durezza di ogni ostacolo, scaveremo ruscelli, torrenti, fiumi, fino a immergerci nell’oceano di una rinnovata umanità.